...i lettori, gli avventori o semplicemente chi si trova qua per caso navigando nella blogosfera, credo siano persone intelligenti che capiscono la satira e l'ironia dei miei scritti.
Ci tengo ad avvisare che se fraintendete, non me ne fotte proprio. Anzi, pigliato' n cul.

Adelmo Bartalesi.

martedì 4 novembre 2014

Zanzare di tutti.



Ridere è reazionario. E altre tragedie contemporanee



Mi chiedo, e vi chiedo: quand’è che ridere è diventato reazionario?

Oggi, se ti fai una risata fuori posto, vieni guardato come se avessi bruciato una bandiera arcobaleno in un asilo Montessori. È l’epoca del muso lungo, del moralismo in scarpette da ginnastica, dell’attivismo da divano con la citazione di Gramsci nella bio e l’algoritmo nella testa.

Fischietti per strada? Sei un sociopatico borderline.
Sorridi? Stai minimizzando le ingiustizie sociali.
Fai una battuta? Non sei ironico, sei problematico.

Ridere, oggi, è quasi una colpa ideologica. Fa più status essere incazzati a ciclo continuo, sempre contro qualcosa: contro i carnefici del pianeta, contro i boomer, contro il patriarcato, contro la dopamina, contro gli zuccheri, contro chi respira troppo forte vicino a te in tram.

Siamo diventati insetti infastiditi a vicenda. Zanzare indignate in sciopero permanente. Satira? Inutile provarci. Non esiste più la "comicità", esistono solo i "trigger". Tutto offende qualcuno. Oggi ti scrivono sotto i post i vegani, domani quelli che fanno i bagni sonori con le campane tibetane, dopodomani i paladini dell'inclusività termolese.

E tu puoi anche scrivere una cosa banale, tipo:


“Non mi piacciono i Queen”
…e ti ritrovi sotto un'orda furente di fan che ti dà del fascista musicale.
“Adoro il caffè amaro”
…e arriva lo psicologo da Instagram che ti dice che stai reprimendo la tua parte infantile.

Viviamo nell'era in cui tutti leggono "L’arte di non dare la colpa a sé stessi" e poi passano la giornata a dare la colpa a tutti gli altri.

E poi c’è il fenomeno più odioso: il vittimismo competitivo. Tutti con il ditino alzato, tutti a spiegarti che il tuo privilegio è più privilegio del loro trauma, quindi taci. E se provi a dissentire, vieni silenziato con una raffica di screen, denunce pubbliche e bio modificate in “vittima di un’aggressione verbale”.

E la cosa grottesca è che tutto questo accade... solo online. Sui social, tutti pronti alla rivoluzione, all’insurrezione, alla cancel culture, al boicottaggio etico del tonno in scatola. Poi ti affacci alla finestra e non c’è nessuno. Strade vuote. Piazze morte. Assemblee zero. L’unico “movimento” è quello fuori dai locali fusion vegani di Torino, Milano o Roma Sud, dove cinque ex progressisti sorseggiano kombucha all’ibisco da 13 euro e si lamentano perché “questo posto ora è troppo mainstream”.

Il salotto borghese è stato ufficialmente delocalizzato nel dehors col Wi-Fi.

Eppure, tutti si sentono in diritto di essere maleducati. Perché? Perché tanto “è solo internet”.
Ma signori, internet è la realtà. Anzi, peggio: è la realtà senza i freni inibitori. È la gente che al bar ti sbatterebbe il tavolino in faccia se solo ne avesse il coraggio.

Immaginate che Facebook diventi un bar vero.
Il BAR TROPICAL di Grumo Nevano, per dire.
Uno posta qualcosa sul muro, parte la discussione, uno ti insulta, tu rispondi con garbo, lui ti banna.
Tradotto nella vita reale: entri nel bar, commenti una frase, uno ti urla in faccia e se ne va sbattendo la porta come una diva napoletana anni ’50. Il giorno dopo lo trovi su TikTok che piange in slow motion con la caption: “Troppe energie tossiche. Devo proteggere la mia aura”.

Questo è il problema: sono tutti guerrieri digitali e pecorelle in carne e ossa.

E “social”? Ma social cosa? Mille follower e nessuno a cui chiedere se ti accompagna a fare la revisione. Nessuno che ti scatti una foto, quindi ti fotografi da solo. Ecco i selfie: figli della solitudine e dell'autoreferenzialità. Una volta ci facevamo le foto con gli amici. Oggi con un filtro. E manco troppo amici.

Tutti Charlie Hebdo col pugno alzato.
Poi se ti fai una battuta sugli oli essenziali o su Barbie femminista, diventano i peggiori talebani da comment section.
La verità è che questa generazione di ipersensibili pretende l’ironia sterilizzata, l’umorismo da bollino blu. Ma, come si diceva ai bei tempi in cui le rivoluzioni non avevano le stories:
UNA RISATA VI SEPPELLIRÀ.
Sì, proprio a voi. E lo spero vivamente.



lunedì 3 novembre 2014

" Una Persona."

Filastrocca rima baciata



Lei non ti dice: “Ho un uomo, un amore”,
ti dice “persona” con gran pudore.

A cena lo annuncia, tra pasta e vino,
perché vuole farti morir pianino.

“Una bella persona”, e tu già capisci,
che il conto lo paghi e poi sparisci.

Se fosse un tizio, una donna, un cane,
zitta restava, e tutto rimane.

Ma “persona” vuol dire che è presa di brutto,
che il piatto si gela e tu resti distrutto.

“Legge Scerbanenco, ti assomiglia assai…”
Tradotto: sei brutto, e cornuto oramai.

Tu con la forchetta hai sempre mangiato,
ma già l’ha provato: con lui ha cenato.

Così ti consola: “somiglia a te un poco…”,
e intanto si scorna, ridendo di sguincio.

Alla fine il responso la sorte ti dona:
non lui somiglia a te — tu somigli a “persona”.