...i lettori, gli avventori o semplicemente chi si trova qua per caso navigando nella blogosfera, credo siano persone intelligenti che capiscono la satira e l'ironia dei miei scritti.
Ci tengo ad avvisare che se fraintendete, non me ne fotte proprio. Anzi, pigliato' n cul.

Adelmo Bartalesi.

venerdì 31 ottobre 2025

La vera maleducazione dietro la finta educazione: tranquillo non ti preoccupare


La maleducazione inconsapevole della gentilezza finta  tranquillo non ti preoccupare 

Viviamo in un tempo in cui la gentilezza è diventata un gesto automatico, più riflesso che sentito. È la gentilezza delle parole di circostanza, dei messaggi neutri e delle formule ripetute come tic linguistici: “tranquillo, non ti preoccupare”, “figurati”, “tutto bene, dai”.
Espressioni che dovrebbero stemperare i toni, ma che spesso finiscono per rivelare una maleducazione inconsapevole: la cortesia di chi vuole sbrigarsi senza realmente comunicare.

Un esempio è diventato quasi proverbiale.
Inviti qualcuno a cena e, invece di un semplice “mi dispiace, non posso”, arriva un “tranquillo, non ti preoccupare”.
Un modo di dire apparentemente gentile, ma che sottintende qualcosa di sgradevole.
Perché mai dovrei “stare tranquillo”? Non sono agitato, ho solo fatto un invito.
Quella formula, nel tentativo di smorzare il disagio del rifiuto, finisce per risultare paternalista, come se chi invita fosse da calmare o da rassicurare.

È un segno dei tempi. La comunicazione digitale, rapida e semplificata, ha reso comune l’uso di parole che un tempo avevano un valore preciso e oggi sono ridotte a segnali di chiusura.
“Tranquillo” non significa più “stai sereno”, ma “non insistere”. È un modo di evitare il contatto autentico, di liquidare con un tono gentile ciò che non si vuole affrontare direttamente.
Un tempo si diceva: “Mi dispiace, sarà per un’altra volta”.
Era una frase cortese ma sincera, che riconosceva l’invito e mostrava rispetto per chi lo aveva fatto.
Oggi prevale la fretta di togliersi dall’imbarazzo, e si scivola nella gentilezza finta, quella che non offende ma nemmeno comunica.
La vera educazione non sta nel rivestire di zucchero ogni parola, ma nel mantenere autenticità anche nei rifiuti.
Essere gentili non significa dire “tranquillo”, ma esprimere con chiarezza e rispetto la propria indisponibilità.
Una formula semplice come “Mi dispiace, grazie comunque” vale più di mille cortesi automatismi.
Solo recuperando la sincerità del linguaggio possiamo restituire alla gentilezza il suo significato originario: non una barriera, ma un ponte tra le persone.

 


 

 

 

La vera maleducazione dietro la finta educazione: mandami una foto


C’è una forma di maleducazione che si nasconde dietro la gentilezza apparente.
È quella fatta di frasi come: “Fammi un video”, “Mandami le foto”, “Perché non l’hai messo su Facebook?”.
Non è vera curiosità: è solo una maniera invadente di partecipare a qualcosa che non gli appartiene.

Racconti che domani ti sposi, e subito qualcuno ti risponde:
“Ah, ok, fammi un video!”.
Come se fosse normale chiedere di entrare, anche solo virtualmente, in un momento intimo e personale come un matrimonio.
È lo stesso con i compleanni, le cene, le serate tra amici: non basta più vivere l’esperienza, bisogna documentarla, trasformarla in contenuto.
E se non lo fai — se non lo metti sui social — sembra quasi che non sia accaduto davvero.

Si è perso il valore dell’intimità.
Quel piacere di condividere solo con chi è presente, non con il mondo intero.
Certo, si può condividere un momento di gioia, ma oggi nessuno lo fa più con semplicità: sui social si trovano solo foto autoreferenziali, costruite, estetiche, mentre le scene autentiche — una pizza tra amici, una risata improvvisa, una serata leggera — sono scomparse.

Io, invece, voglio vivere i momenti con chi c’è davvero.
Non mi serve un video, mi bastano gli amici veri.
E basta.

 

 


 

lunedì 27 ottobre 2025

La vera maleducazione dietro la finta educazione: Ormai è diventato commerciale

 Negli ultimi anni è diventato comune imbattersi in commenti di chi, osservando luoghi un tempo tranquilli, li descrive con tono nostalgico e possessivo: “Quando venivo qui non c’era nessuno…”, come se l’aumento dei visitatori fosse una violazione personale. Spesso a questi si accompagna un disprezzo verso la gente comune: “Ora c’è troppa gente, è diventato commerciale…”, riducendo il pubblico a meri portatori di soldi piuttosto che a amanti della cultura o del gusto. Non manca un sentimento di superiorità estetica o culturale, con frasi del tipo “Fa parte di un’élite e il popolo commerciale ha scoperto quest’isola felice…”, che creano una netta separazione tra chi “capisce” e chi no. Tuttavia, questa critica ignora la realtà economica: “Non capiscono che la gente porta i soldi per un locale e non per queste affermazioni radicali…”, evidenziando l’ironia di chi lamenta il successo mentre esso è la conseguenza naturale della popolarità. In sintesi, queste espressioni combinano snobismo, fastidio per il cambiamento e senso di esclusività, spesso mascherati da osservazioni culturali o radicali: è il classico rimpianto per un “paradiso segreto” diventato troppo


frequentato, espresso in modo da far sentire un po’ derisi gli altri.

La vera maleducazione dietro la finta educazione:“Bella gente, bell’ambiente.”

 

“Bella gente, bell’ambiente.”
Una frase breve, quasi un motto. La si sente nei locali alla moda, nelle inaugurazioni d’arte contemporanea, nei post di Instagram sotto un selfie curato. Eppure, dietro la sua leggerezza mondana, si nasconde un piccolo spaccato del nostro tempo: la ricerca dell’estetica come forma di appartenenza.

Un tempo “bella gente” erano gli attori, gli intellettuali, i volti noti del jet set; oggi è chiunque sappia costruire un’immagine convincente. La “bella gente” non è necessariamente ricca o potente, ma visibile: è chi sa stare nel “bell’ambiente”, sa raccontarsi, sa apparire al posto giusto nel momento giusto.
Il “bell’ambiente”, allora, non è più solo un luogo fisico – un locale, un evento, una spiaggia esclusiva – ma uno stato mentale, uno spazio virtuale dove conta il riflesso più ch
e la sostanza.

C’è qualcosa di ironico e malinconico in quella frase. È il linguaggio della mondanità che celebra se stessa, ma anche un piccolo specchio della società dell’immagine: dove tutto sembra misurarsi in “bellezza” e “ambiente”, in superficie e consenso.
Dietro il sorriso da aperitivo e la posa studiata, resta la domanda: chi decide davvero cos’è bello? E che cosa resta, quando l’ambiente si svuota e la gente se ne va?


“Bella gente, bell’ambiente” è, in fondo, un ritratto collettivo. Breve, brillante e ambiguo come un hashtag. E come molti motti moderni, dice molto più di quanto sembri.

“Bella gente, bell’ambiente”: quando la bellezza diventa esclusione

“Bella gente, bell’ambiente.”
Dietro la leggerezza apparente di questa frase si nasconde un pensiero più profondo — e più scomodo: l’idea che esistano persone belle e ambienti giusti, e che il resto, per conseguenza, non lo sia.

È una formula che nasce per compiacere, ma finisce per escludere. Implica che alcuni luoghi meritino di essere frequentati solo da chi risponde a certi canoni estetici, sociali o culturali. “Bella gente” non significa semplicemente “persone simpatiche”, ma persone adatte: curate, vestite bene, educate secondo un codice implicito di status. E “bell’ambiente” è l’estensione naturale di questo principio: uno spazio dove la differenza stona, dove la diversità disturba.

Dietro il sorriso mondano e la superficialità dell’espressione, si cela un piccolo germe di razzismo sociale. Non il razzismo esplicito, quello dell’odio e del disprezzo, ma quello sottile, che passa attraverso il linguaggio e seleziona chi “sta bene” e chi no. In questa prospettiva, la frase diventa una barriera di classe, di estetica, perfino di colore.

“Bella gente, bell’ambiente” racconta una società che tende a filtrare la realtà attraverso l’apparenza, a giudicare prima di conoscere, a escludere con eleganza. È una frase che rivela molto di noi: del bisogno di appartenenza, ma anche della paura del diverso.

Forse il vero “bell’ambiente” non è quello dove tutti si somigliano, ma quello dove ogni differenza ha diritto di stare.

 


 

 

 

La vera maleducazione dietro la finta educazione: - Ti faccio sapere...

 

Un tempo, dire “ti faccio sapere” era un modo educato per prendere tempo, un’espressione di cortesia usata quando davvero serviva riflettere prima di dare una risposta. Oggi, invece, quella stessa frase è diventata una scorciatoia per evitare l’imbarazzo del no, una formula automatica e impersonale, spesso pronunciata senza neppure ascoltare fino in fondo l’invito dell’altro.

Dietro quel “ti faccio sapere” non c’è quasi mai l’intenzione di far sapere qualcosa. C’è piuttosto la volontà di tenersi aperte tutte le opzioni, di non impegnarsi, di non dire apertamente “non mi va”. È la cortesia dell’incertezza, l’educazione del rinvio perpetuo.

Viviamo in un’epoca in cui la relazione sociale è liquida e intermittente, dove anche il linguaggio riflette la paura dell’impegno e del rifiuto. Dire un “sì” o un “no” chiaro sembra quasi un atto di coraggio, un segno di vulnerabilità. Eppure, la vera educazione sta proprio lì: nel saper rispondere con rispetto e sincerità, non nel rifugiarsi dietro una formula di circostanza.

Forse servirebbe davvero un galateo moderno, capace di ristabilire la misura tra gentilezza e sincerità. Perché a forza di “ti faccio sapere”, stiamo perdendo il valore della parola data, e con essa il rispetto per il tempo e le aspettative altrui.

La buona educazione, in fondo, non è dire ciò che conviene: è dire ciò che si intende, con grazia e con chiarezza.

 


 

sabato 25 ottobre 2025

La vera maleducazione dietro la finta educazione

L’educazione civica delle parole: quando il linguaggio diventa cittadinanza (o esclusione)

L’educazione civica verbale è un concetto semplice da comprendere, ma quasi del tutto assente nella società contemporanea. È la capacità di comunicare rispettando l’altro attraverso le parole, il tono, la scelta dei tempi e perfino il modo in cui si ascolta. Una forma di cittadinanza quotidiana che non si esercita nelle urne, ma nelle conversazioni; non è una materia scolastica, ma forse dovrebbe esserlo.

Significa riconoscere che la comunicazione non è mai neutra: ogni frase può costruire ponti o innalzare barriere, avvicinare o allontanare, valorizzare o svalutare. Le parole non servono solo a trasmettere contenuti: sono strumenti che definiscono la dignità di chi abbiamo davanti. Così, l’educazione civica verbale passa anche per ciò che evitiamo di fare: non interrompere, non minimizzare, non fingere di ascoltare, non rifugiarsi in formule automatiche che svuotano il dialogo. È la pratica quotidiana di relazioni sane, fatta di attenzioni minime ma decisive: uno sguardo sincero, una risposta pensata, un ascolto pieno.

Eppure, in un’epoca dominata dagli schermi, questa competenza si è assottigliata fino quasi a scomparire. I rapporti umani si logorano nelle frasi svogliate, negli intercalari di circostanza, negli “ascolti a metà”. È una disciplina invisibile che richiede esercizio, consapevolezza e un minimo di autocontrollo.

A complicare il quadro si aggiunge un fenomeno sempre più diffuso: la maleducazione che si traveste da eleganza. Non urla, non insulta, ma usa le parole “giuste” per dire le cose sbagliate. È un linguaggio che non offende apertamente, ma crea confini sottili e invisibili, tracciando linee di appartenenza e di esclusione. Molto spesso queste formule nascono da un bisogno di distinzione sociale, che attraverso il linguaggio costruisce un “dentro” e un “fuori” non dichiarati, ma percepibili.

Così, il linguaggio diventa un biglietto d’ingresso o un atto di espulsione. Un modo di classificare gli altri senza farlo apertamente. È una forma di divisione soft, che non ricorre all’insulto ma opera comunque una selezione basata su estetica, abitudini, cultura, o capacità di aderire a codici non scritti.

Eppure, basterebbe poco per invertire la rotta: scegliere parole più inclusive, riformulare i concetti, privilegiare descrizioni che accolgono invece di limitare. Piccole scelte che cambiano il tono, allargano il cerchio e trasformano l’inclusione in un atto consapevole.

Perché il linguaggio non dice soltanto chi siamo: dice soprattutto chi vogliamo includere – e chi scegliamo di non escludere. Continuare a riflettere su questi codici nascosti non è un esercizio di stile, ma una responsabilità civile. Ogni parola può essere un gesto politico minimo, un atto di cura o di chiusura. E la vera educazione, prima ancora delle buone maniere, comincia da qui.