...i lettori, gli avventori o semplicemente chi si trova qua per caso navigando nella blogosfera, credo siano persone intelligenti che capiscono la satira e l'ironia dei miei scritti.
Ci tengo ad avvisare che se fraintendete, non me ne fotte proprio. Anzi, pigliato' n cul.

Adelmo Bartalesi.

sabato 25 ottobre 2025

La vera maleducazione dietro la finta educazione

L’educazione civica delle parole: quando il linguaggio diventa cittadinanza (o esclusione)

L’educazione civica verbale è un concetto semplice da comprendere, ma quasi del tutto assente nella società contemporanea. È la capacità di comunicare rispettando l’altro attraverso le parole, il tono, la scelta dei tempi e perfino il modo in cui si ascolta. Una forma di cittadinanza quotidiana che non si esercita nelle urne, ma nelle conversazioni; non è una materia scolastica, ma forse dovrebbe esserlo.

Significa riconoscere che la comunicazione non è mai neutra: ogni frase può costruire ponti o innalzare barriere, avvicinare o allontanare, valorizzare o svalutare. Le parole non servono solo a trasmettere contenuti: sono strumenti che definiscono la dignità di chi abbiamo davanti. Così, l’educazione civica verbale passa anche per ciò che evitiamo di fare: non interrompere, non minimizzare, non fingere di ascoltare, non rifugiarsi in formule automatiche che svuotano il dialogo. È la pratica quotidiana di relazioni sane, fatta di attenzioni minime ma decisive: uno sguardo sincero, una risposta pensata, un ascolto pieno.

Eppure, in un’epoca dominata dagli schermi, questa competenza si è assottigliata fino quasi a scomparire. I rapporti umani si logorano nelle frasi svogliate, negli intercalari di circostanza, negli “ascolti a metà”. È una disciplina invisibile che richiede esercizio, consapevolezza e un minimo di autocontrollo.

A complicare il quadro si aggiunge un fenomeno sempre più diffuso: la maleducazione che si traveste da eleganza. Non urla, non insulta, ma usa le parole “giuste” per dire le cose sbagliate. È un linguaggio che non offende apertamente, ma crea confini sottili e invisibili, tracciando linee di appartenenza e di esclusione. Molto spesso queste formule nascono da un bisogno di distinzione sociale, che attraverso il linguaggio costruisce un “dentro” e un “fuori” non dichiarati, ma percepibili.

Così, il linguaggio diventa un biglietto d’ingresso o un atto di espulsione. Un modo di classificare gli altri senza farlo apertamente. È una forma di divisione soft, che non ricorre all’insulto ma opera comunque una selezione basata su estetica, abitudini, cultura, o capacità di aderire a codici non scritti.

Eppure, basterebbe poco per invertire la rotta: scegliere parole più inclusive, riformulare i concetti, privilegiare descrizioni che accolgono invece di limitare. Piccole scelte che cambiano il tono, allargano il cerchio e trasformano l’inclusione in un atto consapevole.

Perché il linguaggio non dice soltanto chi siamo: dice soprattutto chi vogliamo includere – e chi scegliamo di non escludere. Continuare a riflettere su questi codici nascosti non è un esercizio di stile, ma una responsabilità civile. Ogni parola può essere un gesto politico minimo, un atto di cura o di chiusura. E la vera educazione, prima ancora delle buone maniere, comincia da qui.

 


 

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