Negli ultimi anni è diventato comune imbattersi in commenti di chi, osservando luoghi un tempo tranquilli, li descrive con tono nostalgico e possessivo: “Quando venivo qui non c’era nessuno…”, come se l’aumento dei visitatori fosse una violazione personale. Spesso a questi si accompagna un disprezzo verso la gente comune: “Ora c’è troppa gente, è diventato commerciale…”, riducendo il pubblico a meri portatori di soldi piuttosto che a amanti della cultura o del gusto. Non manca un sentimento di superiorità estetica o culturale, con frasi del tipo “Fa parte di un’élite e il popolo commerciale ha scoperto quest’isola felice…”, che creano una netta separazione tra chi “capisce” e chi no. Tuttavia, questa critica ignora la realtà economica: “Non capiscono che la gente porta i soldi per un locale e non per queste affermazioni radicali…”, evidenziando l’ironia di chi lamenta il successo mentre esso è la conseguenza naturale della popolarità. In sintesi, queste espressioni combinano snobismo, fastidio per il cambiamento e senso di esclusività, spesso mascherati da osservazioni culturali o radicali: è il classico rimpianto per un “paradiso segreto” diventato troppo
frequentato, espresso in modo da far sentire un po’ derisi gli altri.
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