...i lettori, gli avventori o semplicemente chi si trova qua per caso navigando nella blogosfera, credo siano persone intelligenti che capiscono la satira e l'ironia dei miei scritti.
Ci tengo ad avvisare che se fraintendete, non me ne fotte proprio. Anzi, pigliato' n cul.

Adelmo Bartalesi.

venerdì 12 giugno 2026

"È un periodo un po' così": la frase-tappabuchi che assolve tutto

Tra le espressioni più abusate del linguaggio quotidiano ce n'è una che sembra possedere un potere quasi magico: "È un periodo un po' così". Una formula vaga, nebulosa, apparentemente innocua, che viene spesso utilizzata per spiegare comportamenti discutibili senza doverne affrontare davvero le cause.

Dietro queste cinque parole si nasconde infatti una delle più diffuse strategie comunicative moderne: spostare la responsabilità dai propri atti alle circostanze. Se qualcuno fa notare atteggiamenti incoerenti, eccessi, cattive maniere, scelte impulsive o comportamenti socialmente discutibili, ecco comparire la risposta pronta: "Sai, è un periodo un po' così...".

Ma che cosa significa realmente? Nulla di preciso. È una frase volutamente generica che evita spiegazioni concrete e, nello stesso tempo, invita l'interlocutore a sospendere ogni giudizio. Il "periodo" diventa così una sorta di imputato invisibile sul quale scaricare ogni responsabilità.

Particolarmente curioso è il fatto che questa espressione venga spesso utilizzata per giustificare cambiamenti improvvisi di condotta: persone che fino a poco tempo prima apparivano equilibrate e prudenti e che, in seguito a una separazione, a una delusione sentimentale o a un cambiamento di vita, adottano atteggiamenti completamente diversi. Quando qualcuno chiede spiegazioni, la risposta è quasi sempre la stessa: "È un periodo un po' così".

Naturalmente tutti attraversano momenti difficili. Nessuno pretende una perfezione costante. Il problema nasce quando una spiegazione temporanea diventa un lasciapassare permanente per qualsiasi comportamento. Comprendere le proprie fragilità è segno di maturità; usarle come alibi per evitare ogni autocritica è tutt'altra cosa.

Forse sarebbe più onesto sostituire quella formula con parole più sincere: "Sto attraversando una fase complicata", "Ho commesso degli errori", "Sto cercando di capire cosa mi sta succedendo". Frasi meno comode, ma certamente più rispettose della verità.

Perché, alla fine, i periodi passano. Le responsabilità, invece, restano.

mercoledì 13 maggio 2026

Andrea Pazienza tra mito e memoria: quando il culto rischia di soffocare il fumetto contemporaneo

Con l’ennesima ristampa dedicata a Andrea Pazienza, questa volta proposta da la Repubblica, torna inevitabilmente al centro del dibattito una domanda che nel mondo del fumetto italiano circola ormai da anni: stiamo celebrando un grande autore oppure stiamo trasformando il suo ricordo in un’operazione culturale perpetua che rischia di soffocare il presente?

Sarebbe impossibile mettere in discussione la grandezza artistica di Andrea Pazienza. Il suo segno grafico, la libertà narrativa, la capacità di passare dalla satira feroce alla poesia malinconica nel giro di poche tavole hanno cambiato per sempre il fumetto italiano. Pazienza non è stato soltanto un autore importante, ma una vera frattura nel linguaggio del fumetto nazionale. Un artista irripetibile, ancora oggi capace di influenzare generazioni di disegnatori.

Eppure, proprio questa continua celebrazione rischia ormai di trasformarsi in qualcosa di ambiguo.

Negli ultimi decenni il nome di Pazienza è stato oggetto di una costante operazione editoriale: ristampe, edizioni definitive, mostre, anniversari, volumi celebrativi, recuperi storici. Ogni anno sembra esserci una nuova occasione per riproporre il “mito Pazienza”, come se il fumetto italiano avesse bisogno di tornare continuamente a quella figura per ritrovare una propria legittimazione culturale.

Il problema non è certamente ristampare Pazienza. Le sue opere meritano di restare disponibili e di essere lette anche dalle nuove generazioni. Il punto è un altro: il rischio che attorno alla sua figura si sia costruita una sorta di immobilismo nostalgico.

Perché Pazienza era un autore profondamente legato al suo tempo. Raccontava il Movimento del ’77, le tensioni politiche e sociali di quegli anni, la Bologna universitaria, il DAMS, il disincanto post-sessantottino, ma soprattutto il dramma devastante dell’eroina che travolse un’intera generazione italiana. Le sue tavole erano vive perché immerse nel presente. Erano cronaca emotiva di un’epoca precisa.

Oggi, inevitabilmente, quel mondo appartiene alla memoria storica. I giovani lettori possono comprenderlo culturalmente, possono studiarlo e apprezzarlo artisticamente, ma difficilmente possono viverlo con la stessa intensità emotiva di chi attraversò davvero quegli anni.

Ed è qui che emerge il paradosso. Più si insiste nel presentare Pazienza come unico punto di riferimento assoluto del fumetto italiano, più si rischia di oscurare il lavoro di autori contemporanei che stanno raccontando il presente con linguaggi nuovi. Dopo Pazienza il fumetto italiano non si è fermato. Sono arrivati autori come Igort, Gipi, Zerocalcare, Lorenzo Mattotti e molti altri, tutti capaci di interpretare il proprio tempo con visioni differenti e personali.

Forse il modo più corretto per celebrare davvero Andrea Pazienza non è continuare a trasformarlo in un monumento immobile, ma ricordare ciò che lui rappresentava realmente: movimento, rottura, sperimentazione, libertà artistica assoluta. Pazienza non era nostalgia. Era contemporaneità pura.

E proprio per questo il fumetto italiano dovrebbe avere il coraggio di guardare avanti, invece di restare intrappolato nel culto eterno del suo passato più glorioso.

 


 

 

 

 

 

sabato 11 aprile 2026

la "Trilogia del Diavolo" di Romano Bertola è mia.




Finalmente, la "Trilogia del Diavolo" di Romano Bertola è mia.

di Armando Borrelli

Ci sono libri che non cerchi, ma che ti trovano. Arrivano nella tua vita a ondate, magari in periodi diversi, lasciandoti sempre con la sensazione di un cerchio incompleto. Per me, quel cerchio era la produzione aforistica e surreale di un genio indiscusso, ma forse ancora troppo poco celebrato: Romano Bertola.

Eccola lì, stretta nelle mie mani e affiancata dal muso sornione del mio fedele compagno a quattro zampe (che, in fondo, sembra aver capito l'importanza del momento): la mitica "Trilogia del Diavolo" è completa.
Il genio silenzioso dietro il Diavolo

Ma chi era, per chi non lo conoscesse, Romano Bertola? Era un torinese nel midollo, elegante e asciutto. Il mondo lo ricorda come il "mago della pubblicità", l'inventore dei caroselli che hanno fatto la storia d'Italia (pensa all'Amarena Fabbri). Ma Bertola era molto di più. Era un paroliere raffinato, un compositore di sigle celebri (anche per lo Zecchino d'Oro!), ma soprattutto era un osservatore impietoso, cinico e poetico dei paradossi umani. Le sue "caramelle del diavolo" non erano semplici battute; erano bisturi che aprivano la realtà per mostrarne le contraddizioni.
Un viaggio a tappe: la mia collezione completata

Questa collezione non è nata tutta in una volta. Ogni libro ha avuto la sua storia, il suo momento. Ma ora che sono tutti qui, messi in ordine cronologico, raccontano un'evoluzione incredibile.

Le caramelle del diavolo (1991): Il capostipite. Il libro che ha gettato le basi, proponendo il Diavolo non come il male assoluto, ma come un complice diabolicamente ironico che ci offre uno specchio per ridere delle nostre sventure. "Caramelle" dolci solo all'apparenza.

Includetemi fuori (2003): L'edizione rosa che vedete nella foto, con quella figura stilizzata sulla copertina. Il titolo è un manifesto dell'assurdo. In un'epoca che ci vuole tutti allineati e connessi, Bertola rivendica il diritto aristotelico di essere l'osservatore che sta ai margini. "Includetemi fuori" è l'arte del distacco filosofico.


Tra inferno e paradosso (2005): Il gran finale. Forse il più cupo, ma anche il più geniale dei tre. I diavoli sulla copertina sono diventati turisti. Ci dicono che l'inferno non è un luogo dopo la morte, ma è qui, nella nostra vita quotidiana, fatta di paradossi insostenibili. Ma è anche un inferno dove vale la pena di scattare una foto e farsi due risate.
Le storie che ti cambiano

Non sono solo aforismi. Questi libri sono pieni di brevi favole morali che non mi stancherò mai di rileggere.

Come la storia del bambino con la gobba, bullizzato dai compagni. Una gobba che, nel finale, si rivela essere null'altro che due ali ripiegate. Una storia potentissima sul pregiudizio e sulla bellezza che si nasconde sotto le apparenze.


O l'incontro malinconico con il Babau (uno dei mostri preferiti dell'infanzia, anche di Buzzati!). Invece di far paura, il mostro si lamenta con l'uomo ormai adulto: "Ma perché non sei mai venuto alle nostre festicciole? C'erano donne, musica, si stava bene!". Una lezione bruciante sul tempo sprecato a temere ombre inesistenti.


E infine, l'apocalisse laconica. L'umanità intera scompare, lasciando solo un biglietto: "Addio s*****o, siamo andati in un posto bellissimo". E lui, l'ultimo uomo, che commenta con l'understatement piemontese di Bertola: "Beh, potevano anche avvisarmi".
Tra Buzzati, Sclavi e Arpino: una fratellanza di sguardi

Non sono l'unico a vederlo. C'è un filo rosso sottile e d'acciaio che unisce Bertola ai grandi della letteratura del mistero e della malinconia.

Vedi l'attesa vana e l'inquietudine di Dino Buzzati.


Vedi la vena "nera" e il gusto per l'orrore quotidiano di Tiziano Sclavi. Non è difficile immaginare Dylan Dog che, in un albo dei suoi sogni, si imbatte proprio in un angelo con le ali chiuse o in un Babau deluso.


E infine, c'è la fratellanza con Giovanni Arpino, un altro maestro torinese. Entrambi condividono una scrittura "coltellata", asciutta, secca, che non spreca parole e che guarda alla sconfitta umana non con disperazione, ma con una dignità quasi nobiliare.

Possedere questa trilogia oggi significa avere un kit di sopravvivenza spirituale. In un mondo che corre, dove il "difetto" è da cancellare e la "paura" da temere, Bertola ci insegna a rispondere con un'alzata di spalle, un sorriso amaro e, se possibile, un paradosso ben piazzato. E io, Armando, non potrei essere più felice di avere questi diabolici compagni di viaggio sul mio scaffale

 


 

domenica 15 marzo 2026

Quando le edicole erano piccole gallerie pop



C’è stato un tempo in cui la cultura popolare passava per strada. Non nei festival, non nei social, non negli algoritmi. Passava davanti alle edicole.

Per chi è cresciuto tra gli anni Sessanta e i primi Duemila l’edicola non era soltanto un punto vendita di giornali: era un luogo di scoperta continua. Una specie di piccolo museo popolare a cielo aperto, economico e accessibile a tutti. Bastava fermarsi davanti al banco e guardare.

Le copertine erano ovunque: fumetti d’avventura, riviste illustrate, giornali di attualità, settimanali di cucina, sport, enigmistica. Tutto conviveva nello stesso spazio. Il fumetto non viveva in un mondo separato solo per cultori e fan: stava accanto alla vita quotidiana.

Anche chi non comprava nulla poteva comunque visitare quella galleria spontanea di immagini. Le edicole esponevano decine di copertine diverse: stili grafici differenti, autori diversi, colori che attiravano l’occhio. Per un ragazzo curioso era come attraversare una piccola mostra di immaginari.

Non serviva sapere cosa cercare. Bastava guardare, i fumetti cercavano te.

Io ho scoperto così la maggior parte dei fumetti che mi hanno fatto crescere. L'Intrepido di Pennacchioli, Splatter della Acme prima, Dylan Dog. Non c’era internet, non c’era il web, non c’erano algoritmi che ti suggerivano cosa leggere. Si scoprivano le cose per caso, passando davanti a un’edicola.

Quelle copertine erano una festa visiva.

Amavo comprare le riviste contenitore. Le riviste contenitore erano fondamentali perché permettevano di leggere nello stesso albo storie diverse, generi diversi, stili diversi. Un numero poteva contenere avventura, ironia, noir, fantascienza. Se una storia ti colpiva davvero, spesso veniva poi ristampata in volume. Prima la scoperta casuale, poi la lettura più approfondita.

Era un sistema semplice ma intelligentissimo.

Negli anni Novanta si percepiva anche un cambiamento interessante nel fumetto popolare. Alcune testate storiche cercavano di accompagnare la crescita dei loro lettori. L’Intrepido di quegli anni, per esempio, mostrava come il fumetto popolare potesse diventare più adulto senza perdere la propria identità. Le storie iniziavano a raccontare ambientazioni più metropolitane, crimini e tensioni urbane, ma sempre filtrati attraverso la fantasia del fumetto. Non era cronaca nera: era immaginazione, racconto, avventura.

E proprio in quegli anni molti lettori vivevano un’età particolare. Non erano più bambini, ma non erano ancora adulti. Intorno ai sedici anni si ha la sensazione di trovarsi in una terra di mezzo: abbastanza grandi per capire storie più complesse, abbastanza giovani per viverle ancora con una forte dose di sogno e di fantasia.

Era forse l’età perfetta per leggere fumetti come quelli pubblicati dall'Intrepido di Pennacchioli.

Il fumetto popolare accompagnava quel passaggio. Non pretendeva di essere letteratura alta, non cercava di spiegare il mondo con toni pedagogici. Raccontava storie, emozioni, avventure. E lo faceva con una libertà straordinaria.

Ma l’edicola non era solo un luogo di lettura. Era anche un luogo fisico, fatto di odori, stagioni e piccoli rituali quotidiani.

Le edicole di mare, per esempio, avevano un fascino particolare. Spesso non erano solo chioschi ma veri negozi. Dentro si vendeva un po’ di tutto: giornali, fumetti, riviste, giochi da spiaggia, canotti. L’aria aveva un odore inconfondibile: carta stampata mescolata alla gomma dei gonfiabili e al sale del mare. Un profumo, come la colla delle figurine Panini di quegli anni, me lo porterò sempre addosso ai miei ricordi.

E proprio sulle spiagge il fumetto popolare diventava il compagno perfetto delle vacanze. Costava poco, si leggeva facilmente sotto l’ombrellone, si passava di mano in mano. Era come un libro tascabile dell’immaginazione.

In quel senso il fumetto era davvero democratico: accessibile a tutti, senza barriere culturali o economiche.

Col tempo, però, questo sistema si è trasformato. Le edicole stanno chiudendo una dopo l’altra e con loro scompare anche quel piccolo museo popolare della carta stampata. Oggi il fumetto si trova soprattutto nelle librerie o nei circuiti specializzati.

Ma anche lì il panorama è cambiato molto.

Molti dei volumi che si trovano oggi sugli scaffali sono quelli che vengono definiti “graphic novel”: libri spesso molto intimisti, centrati sull’autobiografia o su riflessioni personali. Un tipo di fumetto che per qualcuno rappresenta un’evoluzione culturale del mezzo, ma che per molti lettori cresciuti con il fumetto popolare appare anche come qualcosa di più chiuso, più autoriale, a volte perfino un po’ autoreferenziale.

Anche Manara, che ha collaborato col nuovo Intrepido, si lamenta che non esiste più il fumetto popolare e di avventura.

Il rischio è che il fumetto perda quella dimensione popolare che lo rendeva accessibile a tutti.

Anche le collane a fumetti che ancora escono in edicola spesso ripropongono sempre gli stessi grandi autori del passato, come Hugo Pratt, ristampati più e più volte negli allegati ai quotidiani. Autori fondamentali, certo, ma il fumetto vive davvero solo quando riesce a produrre nuovi mondi e nuovi autori.

Un tempo esistevano riviste e collane popolari che funzionavano come una fucina di talenti. Oggi quegli spazi sono molto più rari.

Eppure chi ha vissuto quell’epoca ricorda una cosa precisa: la sensazione di trovarsi ogni settimana davanti a una festa di copertine. Un’esplosione di colori, di storie, di mondi possibili. Di conoscenza.

Un ragazzo poteva fermarsi davanti a un’edicola e, senza spendere nulla, fare un piccolo viaggio nella cultura popolare del suo tempo.

Per questo l’edicola non era solo un negozio. 



Era davvero un piccolo museo del pop.

martedì 24 febbraio 2026

“Non voglio metterti in difficoltà”: la maleducazione elegante che esclude senza sporcarsi le mani

 


C’è una frase che negli ultimi anni ha assunto il tono mellifluo della premura ma il peso specifico dell’umiliazione: “Non voglio metterti in difficoltà”. Viene pronunciata con voce morbida, spesso accompagnata da un sorriso diplomatico, e compare quasi sempre a giustificazione di un’esclusione. Non sei stato invitato a un matrimonio, a un compleanno, a una festa importante? La spiegazione arriva pronta, confezionata con carta lucida: l’ho fatto per te, per non metterti in difficoltà.

In apparenza è un gesto di sensibilità. In realtà, molto spesso, è una forma sofisticata di maleducazione. Perché quella frase contiene un presupposto implicito: tu non potresti permettertelo. Non potresti sostenere la spesa di un regalo adeguato, non saresti a tuo agio in un certo contesto, forse ti sentiresti fuori posto. È un giudizio preventivo mascherato da attenzione. E ciò che ferisce non è tanto la mancata partecipazione quanto l’etichetta invisibile che viene appiccicata addosso.

La vera educazione lascia libertà di scelta. Invita senza imporre. Accoglie senza misurare. Se davvero si volesse evitare un imbarazzo economico, basterebbe chiarire che la presenza conta più del dono, che non esistono obblighi, che l’amicizia non si quantifica in buste o bonifici. Escludere qualcuno “per il suo bene” significa invece decidere al posto suo, stabilire unilateralmente cosa possa o non possa permettersi, cosa sia o non sia alla sua altezza.

Dietro questa formula apparentemente premurosa si nasconde spesso un’esigenza diversa: proteggere se stessi. Evitare il confronto con chi potrebbe non allinearsi allo standard dell’evento, prevenire un regalo ritenuto inadeguato, mantenere una certa omogeneità sociale tra gli invitati. È un modo elegante per selezionare senza dichiararlo apertamente. La responsabilità dell’esclusione viene così trasferita sulla vittima: non ti ho escluso, ti ho tutelato.

Il risultato psicologico, però, è tutt’altro che delicato. Chi riceve questa spiegazione può sentirsi giudicato, ridimensionato, classificato. È come se gli venisse detto, con garbo apparente, che non appartiene a quel livello, che non è in grado di stare al passo. È una forma di paternalismo sociale che scivola sotto la soglia dell’insulto diretto ma lascia un segno profondo.

Nella grammatica delle relazioni contemporanee, questa espressione è diventata un esempio emblematico di maleducazione travestita da finta gentilezza. La differenza tra rispetto e presunzione è sottile ma decisiva. Il rispetto offre possibilità. La presunzione le sottrae. Il rispetto dice: mi farebbe piacere se tu ci fossi. La presunzione dice: ho deciso che per te è meglio di no.

L’educazione autentica non umilia sotto forma di protezione. Non attribuisce limiti economici o sociali senza confronto. Non usa la cortesia come scudo per evitare di assumersi la responsabilità di una scelta escludente. “Non voglio metterti in difficoltà” può sembrare una carezza, ma quando diventa alibi per discriminare è uno schiaffo silenzioso. E gli schiaffi silenziosi, proprio perché non fanno rumore, spesso fanno ancora più malE

 

 


 

 

 

 

martedì 25 novembre 2025

La finta educazione della vera maleducazione: Di buona Famiglia

 

C’è un’espressione che resiste ostinata nel linguaggio giornalistico e nel discorso pubblico: “di buona famiglia”. Una formula apparentemente innocua, persino rassicurante, che però rivela molto più di quanto sembri. Perché viene usata quasi sempre per descrivere chi proviene da contesti benestanti, istruiti, borghesi. E spesso, paradossalmente, compare proprio quando una persona appartenente a quel mondo è coinvolta in un reato, uno scandalo, un atto di violenza.

È un modo di dire che funziona come un alibi sociale: attenua la colpa, suggerisce eccezionalità, lascia intendere che “non dovrebbe accadere”. Come se esistesse una predisposizione naturale alla devianza solo nelle fasce più povere della società e, al contrario, una sorta di “immunità morale” ereditata attraverso censo, istruzione o prestigio familiare.

L’uso sistematico di questa etichetta crea un meccanismo comunicativo subdolo: sposta l’attenzione dai fatti all’origine sociale dell’individuo, insinuando che l’ambiente privilegiato renda il comportamento criminale quasi inconcepibile, e dunque degno di maggiore indulgenza. Di fronte a un delitto commesso da una persona ricca si sottolinea il contesto “buono”; quando a farlo è un individuo povero, il contesto viene evocato in senso opposto, come aggravante implicita.

Questo linguaggio non solo distorce la percezione della realtà, ma conserva una vecchia gerarchia morale basata sul portafoglio. La cronaca diventa così il palcoscenico di una narrazione di classe, dove la borghesia gode di un beneficio del dubbio che alle classi popolari non viene mai concesso. Il tutto attraverso una singola espressione ripetuta in modo quasi automatico.

Il problema non è solo semantico: è culturale. L’idea che la moralità sia una questione di reddito, che l’educazione coincida con lo status economico, che la devianza appartenga sempre e comunque agli “altri”, ai margini, ai “non integrati”. È un pregiudizio gentile, ma profondamente discriminatorio, che finisce per alimentare un immaginario distorto: i ricchi sbagliano “nonostante tutto”, i poveri sbagliano “per quello che sono”.

La verità, naturalmente, è molto più semplice e più scomoda: il crimine non ha classe sociale. Le fragilità psicologiche, le violenze, gli abusi, gli atti estremi attraversano indistintamente ogni categoria economica e culturale. La differenza, semmai, sta nel modo in cui li raccontiamo.

Cambiare linguaggio non è un dettaglio stilistico, ma un atto di responsabilità. Significa evitare formule che attenuano o aggravano i comportamenti sulla base del conto in banca. Significa raccontare le persone per ciò che fanno, non per ciò che ereditano. Significa smettere di usare parole che costruiscono un mondo di privilegi morali anziché fotografare la realtà.

Perché la vera “buona famiglia” non è quella ricca: è quella che educa alla dignità, alla responsabilità, all’uguaglianza. E il compito del giornalismo dovrebbe essere esattamente questo: rompere i pregiudizi, non ripeterli con gentilezza.

 

 



La finta educazione della vera maleducazione: Fai tu per me e uguale



Tra le frasi che popolano la quotidianità e che si fingono cortesi mentre, in realtà, complicano la comunicazione, “Fai tu, per me è uguale” occupa un posto di rilievo. Appare come la massima della disponibilità, un invito alla libertà di scelta, un segnale di apertura totale. In superficie è la dichiarazione di chi non pretende nulla, di chi lascia spazio all’altro, di chi non vuole imporre preferenze. Ma basta osservare più attentamente il contesto in cui viene pronunciata per accorgersi che porta con sé tutt’altro messaggio: è una fuga elegante. Un modo discreto, ma non innocuo, per sottrarsi alla responsabilità di decidere.

Questa frase, che sembra innocua, funziona come un piccolo dispositivo relazionale. Chi la pronuncia, spesso inconsciamente, scarica il peso della scelta su chi ha di fronte. Dove si va a cena, quale film guardare, che strada prendere, perfino come affrontare una situazione più seria: “Fai tu, per me è uguale” è la formula che libera dalla fatica di esprimere un’opinione, che evita il rischio di scontentare qualcuno, che permette di rimanere in una comoda neutralità. Una gentilezza apparente che, nella sostanza, nasconde un’assenza di partecipazione.

Di passivo-aggressivo c’è proprio il meccanismo implicito: la decisione viene delegata completamente all’altro, ma con un sottotesto preciso. Se la scelta non dovesse andare bene, se il risultato non dovesse essere soddisfacente, la responsabilità ricadrà interamente su chi ha preso in mano la situazione. “Fai tu” diventa così un modo per non sbagliare mai, perché l’eventuale errore sarà sempre dell’altro. È una frase che disinnesca ogni possibilità di conflitto in apparenza, ma che prepara il terreno per quello più sottile, quello in cui l’interlocutore si sente manipolato.

Nelle dinamiche di coppia, di amicizia, di lavoro, questo atteggiamento può trasformarsi in un’abitudine che logora i rapporti. Perché dietro ogni scelta delegata si nasconde una piccola rinuncia alla partecipazione, un minuscolo tradimento dell’equilibrio reciproco. La collaborazione si fonda sul contributo di entrambi, sull’assumersi una parte di responsabilità, sulla capacità di dire: “Preferirei questo”, “Mi sento così”, “Io sceglierei così”. Evitare costantemente di esporsi, rifugiandosi dietro un “per me è uguale”, crea un vuoto che l’altro finisce per riempire sempre, fino a sfinirsi.

Nel più ampio quadro dell’educazione civica verbale, questa frase è il simbolo di una tendenza diffusa: quella di mascherare l’indifferenza con la cortesia. Di presentare come disponibilità ciò che è, invece, una forma di disimpegno emotivo. Una piccola strategia relazionale che evita la fatica dell’ascolto, del dialogo e della scelta condivisa. Non è una maleducazione esplicita, certo, ma è una maleducazione sottile, che nasce dalla mancanza di presenza reale nella comunicazione.

“Fai tu, per me è uguale” non andrebbe eliminato dal linguaggio: in alcune occasioni ha senso, è genuino, è davvero un lasciar spazio all’altro. Ma riconoscere quando è autentico e quando è solo una scorciatoia sociale è il primo passo per tornare a un dialogo più onesto, più partecipato e meno sfuggente. Perché, in fondo, decidere insieme è un modo per dirsi reciprocamente: “Ci sono. Conta anche la mia voce.”