...i lettori, gli avventori o semplicemente chi si trova qua per caso navigando nella blogosfera, credo siano persone intelligenti che capiscono la satira e l'ironia dei miei scritti.
Ci tengo ad avvisare che se fraintendete, non me ne fotte proprio. Anzi, pigliato' n cul.

Adelmo Bartalesi.

mercoledì 13 maggio 2026

Andrea Pazienza tra mito e memoria: quando il culto rischia di soffocare il fumetto contemporaneo

Con l’ennesima ristampa dedicata a Andrea Pazienza, questa volta proposta da la Repubblica, torna inevitabilmente al centro del dibattito una domanda che nel mondo del fumetto italiano circola ormai da anni: stiamo celebrando un grande autore oppure stiamo trasformando il suo ricordo in un’operazione culturale perpetua che rischia di soffocare il presente?

Sarebbe impossibile mettere in discussione la grandezza artistica di Andrea Pazienza. Il suo segno grafico, la libertà narrativa, la capacità di passare dalla satira feroce alla poesia malinconica nel giro di poche tavole hanno cambiato per sempre il fumetto italiano. Pazienza non è stato soltanto un autore importante, ma una vera frattura nel linguaggio del fumetto nazionale. Un artista irripetibile, ancora oggi capace di influenzare generazioni di disegnatori.

Eppure, proprio questa continua celebrazione rischia ormai di trasformarsi in qualcosa di ambiguo.

Negli ultimi decenni il nome di Pazienza è stato oggetto di una costante operazione editoriale: ristampe, edizioni definitive, mostre, anniversari, volumi celebrativi, recuperi storici. Ogni anno sembra esserci una nuova occasione per riproporre il “mito Pazienza”, come se il fumetto italiano avesse bisogno di tornare continuamente a quella figura per ritrovare una propria legittimazione culturale.

Il problema non è certamente ristampare Pazienza. Le sue opere meritano di restare disponibili e di essere lette anche dalle nuove generazioni. Il punto è un altro: il rischio che attorno alla sua figura si sia costruita una sorta di immobilismo nostalgico.

Perché Pazienza era un autore profondamente legato al suo tempo. Raccontava il Movimento del ’77, le tensioni politiche e sociali di quegli anni, la Bologna universitaria, il DAMS, il disincanto post-sessantottino, ma soprattutto il dramma devastante dell’eroina che travolse un’intera generazione italiana. Le sue tavole erano vive perché immerse nel presente. Erano cronaca emotiva di un’epoca precisa.

Oggi, inevitabilmente, quel mondo appartiene alla memoria storica. I giovani lettori possono comprenderlo culturalmente, possono studiarlo e apprezzarlo artisticamente, ma difficilmente possono viverlo con la stessa intensità emotiva di chi attraversò davvero quegli anni.

Ed è qui che emerge il paradosso. Più si insiste nel presentare Pazienza come unico punto di riferimento assoluto del fumetto italiano, più si rischia di oscurare il lavoro di autori contemporanei che stanno raccontando il presente con linguaggi nuovi. Dopo Pazienza il fumetto italiano non si è fermato. Sono arrivati autori come Igort, Gipi, Zerocalcare, Lorenzo Mattotti e molti altri, tutti capaci di interpretare il proprio tempo con visioni differenti e personali.

Forse il modo più corretto per celebrare davvero Andrea Pazienza non è continuare a trasformarlo in un monumento immobile, ma ricordare ciò che lui rappresentava realmente: movimento, rottura, sperimentazione, libertà artistica assoluta. Pazienza non era nostalgia. Era contemporaneità pura.

E proprio per questo il fumetto italiano dovrebbe avere il coraggio di guardare avanti, invece di restare intrappolato nel culto eterno del suo passato più glorioso.

 


 

 

 

 

 

Nessun commento:

Posta un commento