...i lettori, gli avventori o semplicemente chi si trova qua per caso navigando nella blogosfera, credo siano persone intelligenti che capiscono la satira e l'ironia dei miei scritti.
Ci tengo ad avvisare che se fraintendete, non me ne fotte proprio. Anzi, pigliato' n cul.

Adelmo Bartalesi.

martedì 25 novembre 2025

La finta educazione della vera maleducazione: Fai tu per me e uguale



Tra le frasi che popolano la quotidianità e che si fingono cortesi mentre, in realtà, complicano la comunicazione, “Fai tu, per me è uguale” occupa un posto di rilievo. Appare come la massima della disponibilità, un invito alla libertà di scelta, un segnale di apertura totale. In superficie è la dichiarazione di chi non pretende nulla, di chi lascia spazio all’altro, di chi non vuole imporre preferenze. Ma basta osservare più attentamente il contesto in cui viene pronunciata per accorgersi che porta con sé tutt’altro messaggio: è una fuga elegante. Un modo discreto, ma non innocuo, per sottrarsi alla responsabilità di decidere.

Questa frase, che sembra innocua, funziona come un piccolo dispositivo relazionale. Chi la pronuncia, spesso inconsciamente, scarica il peso della scelta su chi ha di fronte. Dove si va a cena, quale film guardare, che strada prendere, perfino come affrontare una situazione più seria: “Fai tu, per me è uguale” è la formula che libera dalla fatica di esprimere un’opinione, che evita il rischio di scontentare qualcuno, che permette di rimanere in una comoda neutralità. Una gentilezza apparente che, nella sostanza, nasconde un’assenza di partecipazione.

Di passivo-aggressivo c’è proprio il meccanismo implicito: la decisione viene delegata completamente all’altro, ma con un sottotesto preciso. Se la scelta non dovesse andare bene, se il risultato non dovesse essere soddisfacente, la responsabilità ricadrà interamente su chi ha preso in mano la situazione. “Fai tu” diventa così un modo per non sbagliare mai, perché l’eventuale errore sarà sempre dell’altro. È una frase che disinnesca ogni possibilità di conflitto in apparenza, ma che prepara il terreno per quello più sottile, quello in cui l’interlocutore si sente manipolato.

Nelle dinamiche di coppia, di amicizia, di lavoro, questo atteggiamento può trasformarsi in un’abitudine che logora i rapporti. Perché dietro ogni scelta delegata si nasconde una piccola rinuncia alla partecipazione, un minuscolo tradimento dell’equilibrio reciproco. La collaborazione si fonda sul contributo di entrambi, sull’assumersi una parte di responsabilità, sulla capacità di dire: “Preferirei questo”, “Mi sento così”, “Io sceglierei così”. Evitare costantemente di esporsi, rifugiandosi dietro un “per me è uguale”, crea un vuoto che l’altro finisce per riempire sempre, fino a sfinirsi.

Nel più ampio quadro dell’educazione civica verbale, questa frase è il simbolo di una tendenza diffusa: quella di mascherare l’indifferenza con la cortesia. Di presentare come disponibilità ciò che è, invece, una forma di disimpegno emotivo. Una piccola strategia relazionale che evita la fatica dell’ascolto, del dialogo e della scelta condivisa. Non è una maleducazione esplicita, certo, ma è una maleducazione sottile, che nasce dalla mancanza di presenza reale nella comunicazione.

“Fai tu, per me è uguale” non andrebbe eliminato dal linguaggio: in alcune occasioni ha senso, è genuino, è davvero un lasciar spazio all’altro. Ma riconoscere quando è autentico e quando è solo una scorciatoia sociale è il primo passo per tornare a un dialogo più onesto, più partecipato e meno sfuggente. Perché, in fondo, decidere insieme è un modo per dirsi reciprocamente: “Ci sono. Conta anche la mia voce.”

 

 


 

 

Nessun commento:

Posta un commento