C’è una forma di maleducazione contemporanea che si presenta travestita da cortesia. È sottile, apparentemente innocua, ma profondamente corrosiva per la qualità del dialogo pubblico e privato. È quell’esclamazione riflessa, automatica, quasi compulsiva — “ma dai” — che molte persone pronunciano per simulare interesse in una conversazione alla quale, in realtà, non stanno partecipando affatto. A Torino, come in molte città italiane, questo piccolo rituale è sempre più diffuso: parli con qualcuno che ha lo sguardo immerso nello smartphone, l’attenzione affondata nel digitale, e mentre racconti qualcosa a cui tieni, la persona alza la testa di scatto, ti fissa per un secondo e spara un “ma dai” così rapido, così generico, da tradire esattamente quello che vorrebbe nascondere. Non sta ascoltando. Sta solo fingendo.
Questo gesto verbale, che nella superficie suona come un incoraggiamento o una reazione spontanea, racconta invece una realtà psicologica ben nota: lo pseudo-ascolto. Si tratta di un comportamento in cui gli indizi dell’attenzione vengono mantenuti — una breve risposta, un cenno del capo, un’esclamazione di circostanza — ma il contenuto del discorso non viene realmente recepito. È un modo per rispettare la forma sociale della conversazione eludendo però la sua sostanza. E il “ma dai” è la formula perfetta: breve, duttile, sempre utilizzabile, adatta a ogni argomento proprio perché non ne tocca nessuno.
Il paradosso sta nella distanza tra ciò che si dice e ciò che si comunica davvero. La comunicazione non è fatta solo di parole: il corpo, lo sguardo, la postura, il tempo di reazione dicono molto più del messaggio verbale. E quando l’altra persona solleva gli occhi dal telefono solo per offrire un segnale minimo di partecipazione, l’effetto è persino più irritante dell’indifferenza esplicita. È come se dicesse: “Non sto ascoltando, ma voglio che tu creda che lo stia facendo”. Una finzione cortese che però svuota il dialogo di autenticità.
Nel contesto dell’educazione civica verbale, questo comportamento è tutt’altro che insignificante. La conversazione è un patto: chi parla concede tempo e pensiero, chi ascolta restituisce attenzione. La rottura di questo patto, anche in forme lievi, ha conseguenze non trascurabili. Perde valore la parola dell’interlocutore, si normalizza la superficialità, si diffonde una cultura della risposta rapida e senza impegno. E soprattutto si alimenta una modalità comunicativa in cui l’importante è salvare le apparenze, non costruire una relazione.
Il “ma dai” usato come intercalare difensivo è, in fondo, la spia di un problema più ampio: l’incapacità crescente di stare davvero in conversazione, senza vie di fuga digitali e senza l’ansia di dover continuamente dimostrare di essere presenti anche quando non lo siamo. È una forma di strafottenza mascherata da gentilezza, una cortesia finta che diventa una maleducazione autentica. Forse non è un’emergenza sociale, ma è certamente un sintomo dei tempi, un piccolo esempio della fragilità con cui oggi trattiamo il linguaggio e il rapporto con gli altri.
Riconoscerlo è il primo passo. Il secondo è decidere se vogliamo continuare a vivere in un mondo fatto di “ma dai” vuoti o se siamo ancora disposti a concedere all’ascolto — quello vero, quello attento — il valore che merita.

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