C’è un’espressione che resiste ostinata nel linguaggio giornalistico e nel discorso pubblico: “di buona famiglia”. Una formula apparentemente innocua, persino rassicurante, che però rivela molto più di quanto sembri. Perché viene usata quasi sempre per descrivere chi proviene da contesti benestanti, istruiti, borghesi. E spesso, paradossalmente, compare proprio quando una persona appartenente a quel mondo è coinvolta in un reato, uno scandalo, un atto di violenza.
È un modo di dire che funziona come un alibi sociale: attenua la colpa, suggerisce eccezionalità, lascia intendere che “non dovrebbe accadere”. Come se esistesse una predisposizione naturale alla devianza solo nelle fasce più povere della società e, al contrario, una sorta di “immunità morale” ereditata attraverso censo, istruzione o prestigio familiare.
L’uso sistematico di questa etichetta crea un meccanismo comunicativo subdolo: sposta l’attenzione dai fatti all’origine sociale dell’individuo, insinuando che l’ambiente privilegiato renda il comportamento criminale quasi inconcepibile, e dunque degno di maggiore indulgenza. Di fronte a un delitto commesso da una persona ricca si sottolinea il contesto “buono”; quando a farlo è un individuo povero, il contesto viene evocato in senso opposto, come aggravante implicita.
Questo linguaggio non solo distorce la percezione della realtà, ma conserva una vecchia gerarchia morale basata sul portafoglio. La cronaca diventa così il palcoscenico di una narrazione di classe, dove la borghesia gode di un beneficio del dubbio che alle classi popolari non viene mai concesso. Il tutto attraverso una singola espressione ripetuta in modo quasi automatico.
Il problema non è solo semantico: è culturale. L’idea che la moralità sia una questione di reddito, che l’educazione coincida con lo status economico, che la devianza appartenga sempre e comunque agli “altri”, ai margini, ai “non integrati”. È un pregiudizio gentile, ma profondamente discriminatorio, che finisce per alimentare un immaginario distorto: i ricchi sbagliano “nonostante tutto”, i poveri sbagliano “per quello che sono”.
La verità, naturalmente, è molto più semplice e più scomoda: il crimine non ha classe sociale. Le fragilità psicologiche, le violenze, gli abusi, gli atti estremi attraversano indistintamente ogni categoria economica e culturale. La differenza, semmai, sta nel modo in cui li raccontiamo.
Cambiare linguaggio non è un dettaglio stilistico, ma un atto di responsabilità. Significa evitare formule che attenuano o aggravano i comportamenti sulla base del conto in banca. Significa raccontare le persone per ciò che fanno, non per ciò che ereditano. Significa smettere di usare parole che costruiscono un mondo di privilegi morali anziché fotografare la realtà.
Perché la vera “buona famiglia” non è quella ricca: è quella che educa alla dignità, alla responsabilità, all’uguaglianza. E il compito del giornalismo dovrebbe essere esattamente questo: rompere i pregiudizi, non ripeterli con gentilezza.
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